Musica: Il Trovatore o il contrasto di amore

di Carmelo Fucarino ( L.C. Palermo dei Vespri)

Certamente il trovatore ci rimanda a quel trobar clou provenzale e ai ricordi della poesia di amor cortese, ma soprattutto risuona nelle orecchie quel celebre incipit carducciano a Jaufré Rudel, «Contessa, che è mai la vita? / È l’ombra di un sogno fuggente./ La favola breve è finita, / Il vero immortale è l’amor».

Non si era ancora spenta l’eco delle melodie e del dramma del gobbo Rigoletto (La Fenice, 11 marzo 1851) che il portentoso 1853 sconvolse ogni aspettativa con due opere geniali: Il Trovatore, il 19 gennaio al Teatro Apollo di Roma, e La Traviata, il 6 marzo ancora a La Fenice, a formare quella che è classificata come la “trilogia popolare”.

Bastano questi dati per significare il miracolo verdiano e la sequenza portentosa della sue creazioni. Erano passati più o meno dieci anni dai travolgenti successi scaligeri, il Nabucco del marzo 1842 e I Lombardi alla prima crociata del febbraio 1843. E fu il successo più grandioso. Eppure la scelta del dramma El Trovador di Garcia Gutiérrez era stata dubbia. Per di più l’esperto librettista Salvatore Cammarano era morto nel 1852 e delle aggiunte e mutamenti che volle Verdi si occupò Leone Emanuele Bardare.

L’opera risultò di una grande intensità drammatica, soprattutto per i forti e abusati contrasti. L’ambientazione, un impossibile trovatore nella Spagna del XV secolo, si colora di particolari che preludono la svolta verista dopo i cupi rombi di timpani e di corni romantici. Si veda la zingara Azucena e il suo mondo popolare con il possente e indimenticabile corale dei gitani, Vedi, le fosche notturne spoglie.

Questo basti per un autore che non manca mai nei cartelloni operistici e per un’opera che ha avuto sempre i teatri al gran completo di pubblico in ogni ordine, come in questa serata palermitana. Anche questa volta l’edizione del Massimo ha voluto caratterizzarsi per l’allestimento di grido, quello del Comunale di Bologna in coproduzione con le Muse di Ancona e il Coliseu do Porto, ma anche con la regia dello scozzese Paul Curran del 2005 e con le scene e i costumi di Kevin Knight.

Perciò la dinamicità della recitazione e dell’impostazione dell’azione e la suggestione delle scene, la consueta scalinata mozzafiato per gli attori, le sovrastrutture mobili che richiamano fortezze e oscuri castelli, i costumi giocati su ardite contrapposizioni cromatiche (i soldati sembrano le giubbe rosse garibaldine), il rosso e il nero e il variopinto zingaresco, poi l’atmosfera cupa in alcune scene, propria del tema gotico.

Certamente sono questi gli espedienti scenografici che contribuiscono a dare una tonalità all’interpretazione e che spesso hanno grande impatto ottico ed emotivo sul grande pubblico. Tuttavia piace talvolta chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalla sola banda sonora, questa musica maschia e vigorosa di Verdi, dopo tanti sospiri e canzonette pucciniani, questi esercizi di bravura tecnica, talvolta preziosismi canori, che mettono sempre alla prova di alta bravura la resistenza e le capacità canore dei cantanti.

E quei ricorrenti, sconvolgenti leit-motiv, che richiamano e presentano plasticamente situazioni e personaggi. E, come dire, anche se la tragica storia di amore di Leonora, bramata da un potente e da un cavaliere che canta serenate accompagnato dal liuto, non c’entra nulla con l’abusato 150° di celebrazioni contrastate, diciamolo pure, Verdi è sempre Verdi.

Tanto che i suoi corali, che furono interpretati e sentiti come inni patriottici di rivoluzioni savoiarde, proprie di un musicista che nell’acronimo del nome presupponeva tale paternità (Vittorio Emanuele Re Di Italia), oggi sono sbandierati dai secessionisti padani come loro inni politici della pseudo Nazione. La storia che fa a pugni, con i suoi farseschi contrasti di gente che ignora o volutamente finge.

Cosa dire delle prove degli artisti? Se qualche sbavatura e incertezza ci può essere stata, si giustifica con le ardimentose difficoltà del testo. Rimangono sempre nelle orecchie e nel cuore la dolente cavatina Tacea la notte placida dell’esile Leonora-Amarilli Nizza o la sua cabaletta Di tale amor che dirsi o l’aria D’amor sull’ali rosee, oppure il Manrico-Marcello Giordani della romanza Deserto sulla terra, o della travolgente e celeberrima cabaletta Di quella pira l’orrendo foco. È onestamente impossibile citare gli innumerevoli pezzi di bravura che hanno impegnato e offeso le corde degli artisti, tutti senza esclusione, dal conte di Luna (Roberto Frontali), alla misteriosa Azucena (Mariana Pentcheva), a Ferrando (G. Battista Parodi). E non meno filologica e attenta la direzione del maestro Renato Palumbo, che ha assecondato i loro abbandoni canori. >

Fonte: Il Vesprino n 22

Annunci