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Musica: Tecnica teatrale in pillole – ‘Modernizzare l’ Opera ? Si può”

16 novembre 2011

di Natalia Di Bartolo

Già di per sé, purtroppo, l’Opera, nei profani, genera un senso di obsolescenza che è difficile combattere. Le nuove generazioni (nonché quelle dei loro genitori ed, ormai, anche dei loro giovani nonni) genericamente parlando “snobbano” l’Opera, poiché la ritengono non solo un genere sorpassato da gran tempo, ma, soprattutto qualcosa di noioso ed indigeribile. Ed è così che, spesso, ascoltano e si appassionano a “spazzatura musicale”.

 Difficile definirla, tale “spazzatura”, ma essa si annida ovunque, dalle emittenti televisive alle radio, dai teatri agli stadi. Con ciò non si vuole etichettare con un termine così “pesante” tutta la musica moderna che non sia Opera: sarebbe davvero presuntuoso e si correrebbe il rischio di combattere il paradosso con un altro paradosso. Ma occorre, ad avviso di chi scrive, chiarire qualche punto che di solito resta “oscuro” ed anche indiscusso e che devia il gradimento del pubblico dall’Opera verso generi ritenuti, a torto o a ragione (dipende), più gradevoli o alla moda.

 Le reazioni ai particolarissimi “suoni” dell’Opera delle generazioni di cui sopra, sono le più diverse: da una boccaccia al solo nominare il genere musicale, all’evitarlo come la peste, alla risata sciocca ascoltandone appena qualche nota e rifuggendo il resto, fino a giungere alla maleducazione di far il verso per strada a chi lavori in questo campo artistico. Quali i rimedi? Il primo è l’informazione: occorrerebbe far comprendere ai giovani ed a chi per loro che l’Opera non è per nulla obsoleta, né noiosa. Con ciò non si vuol dire che si debba bandire una Crociata e convertire gli “infedeli” in massa, ma semplicemente far sì che l’Opera occupi un suo proprio, legittimo posto tra la musica moderna nel bagaglio di ascolto di tutti.

 A questo punto sarebbe lecito chiedersi come porgere Verdi o Wagner a coloro che vogliano accostarvisi, sfatare i pregiudizi che accompagnano e danneggiano la loro musica ed incoraggiare gli scettici. Certamente non intervenendo in alcun modo sulla scrittura musicale: sarebbe inaccettabile. E neanche ambientando il Nabucco in Iraq ai nostri giorni o la Tetralogia in pieno periodo nazista. Niente di più sbagliato: interventi arbitrari danneggiano l’Opera, anziché “svecchiarla” e possono produrre in qualsivoglia genere di spettatore effetti devastanti.

 Messe in scena di registi un po’ troppo “originali” hanno destato scalpore, ma spesso di loro ben poco è rimasto, nel tempo: la loro volontaria “trasgressione” non ha sortito alcun effetto a lungo termine, anche se, magari, a determinati fruitori può essere apparsa interessante o, soprattutto, può aver avuto il demerito di aver allontanato spettatori potenziali dal teatro d’Opera.

 Molti addetti ai lavori pensano che “svecchiare” l’Opera sia un dovere. Ma in effetti chi scrive non crede che lo sia: c’è qualcuno (e forse più di qualcuno) a cui l’Opera piace proprio anche per quel suo essere “fuori dal tempo”: è una caratteristica, non un difetto del genere musicale in questione e, spesso, una messa in scena “tradizionale” ma azzeccata può esaltare tale caratteristica e rendere la produzione indimenticabile; così come una messa in scena “originale” ma saggia ed equilibrata può diventare una pietra miliare per aver messo in luce aspetti dell’Opera che in altri casi erano stati trascurati o addirittura ignorati. Allora? Allora non esistono veri e propri canoni da rispettare, ma “modernizzare” l’Opera, senza destabilizzarla o penalizzarla, si può: nasca e si sviluppi sul palcoscenico ed attorno ad esso, innanzitutto, la “collaborazione”.

 Un’idea scaturita dall’intuizione della costumista, per esempio, può essere produttiva per l’arte scenica del cantante; allo stesso modo, il direttore d’orchestra che collabora strettamente con il regista può portare un benefico interscambio fra le parti che possa definire meglio l’ideazione della produzione ed il suo risultato finale. Quindi è presto detto: l’Opera richiede “Cultura” prima di tutto in chi la fa: se la si vuole “modernizzare”, la presenza di tale “Cultura” è indispensabile. La vera Cultura non è mai elitaria, ma arriva a tutti e tutti, protagonisti e spettatori, ne possono essere partecipi: essa “fa” il successo di una produzione rispetto ad un’altra.

 La Cultura musicale, come sopra accennato, risiede innanzitutto nell’apertura mentale e nello studio personale dei singoli protagonisti, di coloro che lavorano in scena e di coloro che lavorano fuori scena. Il suddetto successo di una produzione dipende, quindi, in primo luogo, da un interscambio tra tali “culture” diversificate, ma tutte volte all’interpretazione profonda dell’Opera da rappresentare ed alla sua riuscita, in un amalgama difficile da cogliere, ma non impossibile.

 Oltretutto, soprattutto dalla metà del secolo appena trascorso, la cultura personale di cantanti, direttori d’orchestra, orchestrali, registi, scenografi, costumisti e quanti altri è andata crescendo. Il cantante non canta più in attesa dell’applauso al do di petto, così come il regista non si lascia soggiogare dai grandi che lo hanno preceduto, nel bene e nel male: ciascuno, quindi, ha il dovere di dimostrare ciò che di meglio gli appartenga, partendo dalla lettura ritmica del libretto, fino a giungere ai movimenti delle comparse. Tra questi due poli, ci possono essere infinite sfaccettature ed esse vanno rilevate, perché spesso sortiscono effetti prodigiosi sul livello qualitativo dell’intera messa in scena.

 Che il direttore, poi, collabori con il regista, oltre che con i cantanti, come sopra accennato, è di fondamentale importanza. Ecco, quindi, che il direttore troppo celebre e fin troppo impegnato può dimostrasi arido, poiché, nel concedere poche prove, non dà il tempo di maturare ciò che comunque sussiste di grezzo ma positivo in qualsiasi produzione operistica. Lo stesso il cantante: se non si “concede” neanche alle prove resterà penalizzato, anziché accrescere la propria fama. Ciò, infatti, che può infastidire chiunque, alla messa in scena di un’Opera, è proprio l’effetto di “slegatura” fra le varie entità protagoniste.

Per esempio: cantanti ottimi, direzione d’orchestra mediocre e viceversa; oppure: regia geniale e cantanti disadattati vocalmente…e così via: difetti di tal genere non è detto che vengano rilevati solo dagli esperti, ma anche lo spettatore “medio”, pur magari non rendendosi conto delle cause specifiche, avverte che c’è qualcosa che non va…ed il gradimento decresce. Niente di più facile, quindi, che danneggiare un intero genere mettendone in scena anche solo un esemplare: lo spettatore, soprattutto il novizio, scontento, non tornerà più al teatro d’Opera.

 Ad avviso di chi scrive, ciò che si deve ottenere e porgere al pubblico, invece, in una messa in scena che si rispetti, deve essere proprio la compattezza dell’organico dell’intera produzione: tale compattezza si avverte anche solo per intuizione e lascia che l’Opera in questione finalmente voli in alto e si liberi dalle pastoie dei luoghi comuni che la circondano e penalizzano.

Cultura chiama Cultura: un cast (inteso in senso lato) unito, disponibile, dotato di qualità potenziali da mettere in concreto “facendo gruppo”, disposto alle prove senza riserve, desideroso di interscambi con tutti gli altri colleghi fa la differenza: ecco come far venire fuori una messa in scena davvero “moderna”, alla quale anche il grande pubblico possa accostarsi con interesse e della quale ci si possa ricordare con ammirazione e gradimento.

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