Mondo Lions: E’ eccitante e bello essere Lion. Intervista al Presidente Internazionale Emerito Pino Grimaldi

Pino Grimaldi

di Alessandro Emiliani 

Visto il tema che la Rivista intende esaminare, pensi che, come alcuni dicono, la motivazione sia il frutto della partecipazione?

E’ esattamente il contrario. In qualsiasi organizzazione il problema è avere soci od operatori motivati. Le Chiese ne sono antico e costante esempio. Un po’ meno – ma anche – i partiti politici. Questo assunto è stato felicemente riproposto in maniera cogente dal Presidente Wing-Kun Tam con il suo logo concettuale (non programma come erroneamente viene chiamato) “I believe”. Che indica in maniera ineccepibile che se io, Lion singolo, non “credo” nella filosofia solidaristica di LCI, nella possibilità e nel dovere morale di dare ciò che posso ai meno fortunati, essere leader globale nelle comunità e nell’universo della comprensione internazionale (vedi nostra missione e visione), non posso essere un buon socio e dunque o mi emendo o è meglio che me ne vada!

Si, ma come appare il grado di partecipazione, passione, impegno reale dei Lions Italiani? Insufficiente, sufficiente, migliorabile o addirittura superiore all’atteso?

Non semplice definirlo. Dare giudizio su circa 50.000 persone – includo i Leos – organizzati in millequattrocento e più Clubs, coordinati da diciassette Governatori Distrettuali che cambiano ogni anno così come tutte le posizioni di apice della nostra Associazione e senza che di quanto avviene se ne abbia mappa annuale o griglia di valutazione (penso lo abbiano adesso anche i condomini!) fa rischiare giudizio non veritiero. Di fatto: passione non se ne vede troppa. Partecipazione: basta vedere – questo lo sappiamo – le percentuali delle presenze ai meetings dei Clubs (siamo a meno del 30%) e le “vere” attività di servizio da questi espletate e le somme erogate per esse, per far dire che esiste una partecipazione di facciata, ma non in continuità ed efficacia. Impegno reale: in alcuni casi estremamente ammirevole, in altri dubbio anche se, folcloristicamente, presente. Per cui dire “migliorabile” è auspicio ma anche giusta valutazione che non offende alcuno.

Mi par di capire che se ci fossero indicazioni e suggerimenti più chiari e sostenibili ed ove si ripristinasse la cultura e dell’associazione e dei suoi valori e del comportamento di ciascun socio (ottemperanza agli scopi ed al codice dell’etica) si potrebbero ottenere risultati migliori.

Certamente si. Soprattutto capirsi e stimolare la Leadership a tutelare l’Associazione che è sempre la stessa dal 1917, che non ha bisogno di altri Melvin Jones, ma di associati che utilizzino gli strumenti che lo evolvere del tempo dà per agire meglio. Mi spiego. Capirsi significa che un Club prima di cooptare qualcuno deve essere certo che quella tale persona sia veramente “vocata al servizio disinteressato” e che detenga qualcosa da dare agli altri (esperienza, amore per il prossimo, credibilità nella sua comunità, voglia di migliorare il suo piccolo mondo) e voglia di restituire alla società ciò che per doti particolari tutte sue è riuscito ad acquisire. Cosa se ne fa l’Associazione di qualcuno spremuto, invecchiato mentalmente, e che sia solo “unus ex quibus”? Sarà una palla al piede, rancoroso e limitante le azioni del club. E che i Clubs indottrinino adeguatamente le persone che vogliono immettere spiegando tutto, dando per loro attenta considerazione le nostre norme, il nostro modo di essere e comportarci, l’essenza della nostra internazionalità che è la base per apprezzare la propria presenza in un gruppo che si pone come utile alla società che vuole migliorare, aiutando i meno fortunati. Se quella persona dopo avere conosciuto e compreso accetterà saremo in grado di utilizzarla e, ove il caso, rimbrottarla se avendo accettato, sapendo, non si comporta come atteso!

Perché a volte si ha la sensazione che molti soci non provino quel piacere che in genere si ha trovandosi in un gruppo amicale; ed ancora: che spesso non si trovino entusiasmo, passione, voglia di ben operare che ricordiamo tra i nostri soci di un tempo non troppo remoto?

Molto dipende da come siano strutturati nella loro membership i Clubs. Se si è avuto il buon senso di cooptare soci graditi a quanti già Lions, con gli stessi modi di pensare al miglioramento della propria città ed al modo di aiutare i recettori della nostra presenza in quel luogo e se si è evitato di avere – per fare un esempio – il generale ed il maresciallo costretti, perché soci di uno stesso club, a convivere si ottiene penso una piacevolezza (non piacere, ben altra cosa!) nello stare insieme. Una volta l’Associazione raccomandava di cooptare una persona per categoria professionale ed aggiungeva: possibilmente il numero uno di essa. Poi, eliminata l’indicazione, si diede libertà di cooptare chiunque il club decideva di immettere. Il risultato: gruppi disomogenei, dimissioni dei cosi detti “white collar” in tutto il mondo, con Clubs che tranne eccezioni lodevoli vivacchiano senza graffiare, senza farsi notare (la visibilità è l’anima di un’associazione di volontari!). Ed ancora si è perduta la buona abitudine che avevano i presidenti di Clubs di informare i soci su quanto accadeva nel mondo lions nazionale ed internazionale e dare così cognizione della grandezza della Associazione; mentre ne è invalsa quella delle conferenze autoreferenziali come se fossimo una associazione culturale. A quel punto il socio si stufa, realizza che non ha trovato ciò che immaginava e si lascia portare stancamente dove il vento va o… si dimette!

Che fare, allora?

Stare dentro l’alveo di Lions International. Senza pensare a nuovi corsi – mai esistiti! – senza inventare anno dopo anno qualcosa di diverso che dovrebbe stupire, ma che lascia perplessi; testimoniare il fondamentale della Associazione, il “servire” con piani di lavoro redatti sulla scorta di studi sui bisogni umanitari locali e cercare di aiutare chi ha responsabilità della vita civica a dare il meglio per il progresso, elevando i diseredati a persone utili e combattendo le sacche di povertà e di sofferenza pudica di cui nessuno si occupa. Allora il socio si sentirà utile: si ritroverà la gioia del lavoro di squadra, l’orgoglio dell’appartenenza, la soddisfazione del proprio io sociale che la vita di oggi – più forse che ieri – penalizza. “I believe” – io credo – sia eccitante; e bello essere Lion. Ma voglio essere parte di una società in movimento e non di uno stanco rituale insulso senza ricadute nella realtà. E ciò vale per il socio appena cooptato e per quello che da mezzo secolo porta il distintivo, per chi mai ha avuto un incarico e per chi ha brigato per ottenerlo e poi magari – ahimé – non lo ha onorato! Tutto qua. Lapalissiano, no?.

Fonte: Rivista Nazionale Lion Dicembre 2011

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