Economia e Finanza: La crisi finanziaria del debito

di Umberto Rodda *

Il sogno della prosperità crescente forse è finito o segna, nell’ipotesi più ottimista, una pausa preoccupante.  E’ connesso con il concetto “della crescita continua” del quale non vi è traccia nella  teoria classica dell’economia.   

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L’inizio della concezione che l’economia dovesse  continuamente crescere fu alimentato, dopo la  fine della seconda guerra mondiale, soprattutto  dall’America e dalle altre potenze occidentali vincitrici con  l’introduzione del piano Marshall, esclusa l’Unione Sovietica  che impoverì ulteriormente i Paesi che poi divennero  suoi satelliti. Fu un’idea geniale che, venendo in soccorso  di un’Europa affamata e distrutta dalle vicende belliche,  impedì gli errori dei vincitori della prima guerra mondiale.  I belligeranti sconfitti, e non solo quelli, ebbero la possibilità  di risorgere dalle macerie ma il centro motore del  mondo si spostò in America, e nell’Unione Sovietica per  i Paesi della sua zona d’influenza. Se il primato sovietico  finì con l’implosione dell’Urss quello americano è ancora  in piedi, sebbene indebolito.    

Nei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale  le valute, compresa la nostra lira, vissero un  periodo di stabilità fondato sui cambi fissi che potevano  oscillare, in rapporto all’andamento dei mercati, soltanto  entro una determinata fascia. 

Il sistema durò sino agli anni settanta e finì con la decisione  americana di sospendere, forse per sempre o comunque  senza limiti di tempo, la convertibilità del dollaro in oro,  provocata dalla richiesta dell’Inghilterra e della Francia di  De Gaulle di convertire in oro tre miliardi di dollari. Fu  una prova di forza del Tesoro americano, a cui seguì nel  1980 la decisione congiunta degli Usa e dell’Inghilterra di  liberalizzare i movimenti dei capitali. 

Furono due decisioni storiche. La seconda limitò di fatto  la sovranità dei singoli Stati, perché fu loro sottratta la  possibilità di controllare i movimenti di crescenti masse  di denaro. Le monete, oltre ad essere il mezzo per regolamentare  e attribuire un valore alla produzione ed ai rapporti  di scambio, divennero anche, forse soprattutto, un  mezzo per moltiplicare i crediti e quindi i debiti. 

Furono cioè emessi titoli garantiti da crediti e quando  gli stessi divennero inesigibili il sistema denunciò crepe  paurose. L’assenza di ogni regola contagiò anche la politica  economica. Tutto sembrò facile, non era più necessario  estinguere i debiti, era comodo e consentiva di  prolungare nel tempo una politica di spesa ricorrendo  all’emissione di nuovi titoli, il cui ricavato era destinato a  coprire quelli in scadenza.

Se la massa delle nuove emissioni era superiore alla massa  scaduta, tenendo anche conto degli interessi, il debito cresceva  ed il sistema sembrava prolungarsi all’infinito. L’economista  Giorgio Ruffolo, citando March Bloch, scrisse:  “Il capitalismo è diventato il solo sistema economico in cui  i debiti non si pagano mai, ma sono sistematicamente procrastinati”. 

Poi successe cosa sappiamo, scoppiò la bolla dei titoli  americani garantiti da crediti, a loro volta garantiti da ipoteche  immobiliari, i cui valori reali erano inferiori a quelli  attribuiti, che divennero poco più di carta straccia perché  il debitore iniziale, intestatario del mutuo, non fu più in  grado di corrispondere i ratei del mutuo stesso.

Successe il finimondo ed i nodi sembrarono venire al pettine.  Qualche banca fallì, qualche altra fu salvata con massicce  iniezioni di liquidità e la crisi del credito facile scosse  la fiducia degli investitori. 

Sostanzialmente andò in crisi il distacco della finanza  dall’economia reale. Divenne possibile, con l’assenza di  controlli sul rapporto fra crediti e capitale delle banche,  la moltiplicazione dei titoli finanziari compravenduti sul  mercato, cioè dei titoli cartolarizzati, che rappresentano i  crediti delle banche stesse, e dei titoli derivati che costituiscono  un impegno sul valore futuro di altri titoli. 

Il rapporto fra prodotto e debito mondiali, se nel 1995 era  del 200%, nel 2008 salì al 300%. 

Cito ancora Giorgio Ruffolo: “Viene il momento in cui si  infrangono sugli scogli della sfiducia che interrompe di  colpo l’euforia mutandola in panico”. 

I fatti dimostrarono illusoria la teoria che il rischio del credito  sarebbe diminuito distribuendolo su una massa più  estesa di debitori. 

E’ possibile una fondamentale considerazione etica: per  ora il peso della crisi si è abbattuto sulla collettività e non  su coloro, da individuare negli ambienti finanziari e nel  mondo politico, che l’hanno provocata. 

In tutta questa marea di debiti che posizione occupano  le monete? 

Furono in tempi remoti l’intelligente invenzione di uno  strumento che, dopo moltissimi secoli, divenne un fine,  poiché divennero esse stesse una merce. 

Nella crisi in atto, che dall’America, alimentata dai locali circoli  finanziari dopo la cura delle ferite provocate dai titoli  subprime, si è trasferita in Europa, fra i governi che si succedono  nella ricerca dei modi per ridare fiducia, non esistono, o  non riesco a vedere, tentativi per rimediare alle cause. Temo  provvedimenti che rendano possibile la continuazione del  sistema salvando, come si può azzardare, capra e cavoli. 

Gli sviluppi non sono confortanti e gli esiti incerti, anche  alla luce della riforma di Obama del 2010. In merito ad  essa il Nobel dell’economia Joseph E. Stiglitz, secondo  quanto ha scritto Giuseppe Cassini, avrebbe detto “che si è  limitato a rimettere in ordine le sedie a sdraio sul ponte del  Titanic”. Se le cose stanno così forse non è il caso di accennare  a provvedimenti equi, perché in questo disordine  non vi è nulla di equo tranne l’impegno di liberare l’orizzonte  dalle nubi scure che gravano sul futuro e sull’Euro.  Vorrei concludere citando l’intramontabile Luigi Einaudi  che su “Prediche della domenica” ha scritto: “Come può  un politico garantire il successo dei suoi comandi e delle  sue direttive. Comandi, consigli e direttive non fanno crescere  una spiga di grano. Significano invece fabbricare  piani verdi o gialli o rossi per dare premi o protezioni a  chi fa certe cose che sono parse convenienti a gente che  incoraggia coi denari altrui, che pesca nelle tasche dei  contribuenti per mettere il ricavo della pesca nelle tasche  di coloro che il favore elettorale o il vento della moda ha  favorito”. E’possibile avere fiducia che non sarà così? 

*Lions Club Torino Crocetta  

Fonte: Rivista LION Gennaio 2012

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