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CALABRIA: MEDIAZIONE, OBBLIGATORIETA’ RAPPRESENTA NODO CRUCIALE

Il convegno dal titolo “L’istituzione della mediazione come strumento alternativo delle controversie giudiziarie”, organizzato dal Lions Club di Reggio Calabria, è stato l’occasione per affrontare la questione mediazione, argomento che ha acceso grandi discussioni negli ambienti giuridici.

La sua obbligatorietà è il nodo cruciale della questione, mal digerita dagli avvocati ma giudicata più che opportuna dai rappresentanti delle Camere di Conciliazione private. «Le criticità riscontrabili nella mediazione saranno superate dalle norme che entreranno in vigore dal 22 marzo prossimo – ha affermato Giuseppe Strangio, Coordinatore Service Lions nonché direttore di Ismed, primario Organismo di Mediazione, ai microfoni di Justice TV – e fino ad allora si avrà l’occasione di mandare a regime il sistema.
L’obbligatorietà della mediazione? È indispensabile in questa prima fase – ha aggiunto Strangio – perché l’Italia non ha una cultura della mediazione, già in vigore in tutta Europa, ed è quindi necessario del tempo per farla conoscere ai cittadini e la rigidità degli avvocati in tal senso è comprensibile perché andrà a intaccare i loro introiti». Di diverso avviso invece è Maurizio De Tilla, presidente dell’Organismo Unitario Avvocatura Italiana, che durante il convegno ha stigmatizzato i contenuti e le modalità di applicazione dell’istituto.
«L’Avvocatura è favorevole alla mediazione, noi avvocati pratichiamo la conciliazione prima del processo e poi davanti al giudice – ha spiegato De Tilla -, ma non possiamo assolutamente tollerare che sia obbligatoria, che non sia etica, che non abbia la qualità della prestazione, che costi anche un solo euro ai cittadini e che abbia influenza sul giudizio successivo.

La legge va riformata altrimenti verrà probabilmente dichiarata incostituzionale – ha proseguito – e poi sarà necessario impedire le speculazioni. Se si costituiscono Camere di Conciliazione con capitali di milioni di euro l’obiettivo non può che essere il guadagno e non è etico introdurlo in un vero e proprio quarto grado di giudizio. Il business – ha concluso De Tilla – inquina la giustizia».

Fonte:http://www.justicetv.it

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